Tra le leggende più affascinanti e radicate nel folklore dell’Italia meridionale, e in particolare della Sicilia, spicca quella di Colapesce, personaggio favoloso per metà uomo e per metà pesce, la cui storia viene tramandata da secoli sulle labbra del popolo.
Il racconto narra di un giovane messinese di nome Nicola che, fin da bambino, trascorreva intere giornate in mare, nuotando e raccogliendo ostriche e altri frutti marini. Stanca dei suoi continui allontanamenti, la madre, disperando di poterlo riportare a una vita normale, lo maledisse pronunciando parole destinate a segnarne per sempre il destino: “Possa diventar pesce!”.
La maledizione si avverò immediatamente: il corpo del giovane si ricoprì di squame, mentre mani e piedi si trasformarono in qualcosa di simile a zampe d’anatra. Da quel momento il popolo iniziò a chiamarlo Colapesce, o anche Pescecola.
Fu proprio la sua straordinaria natura ad attirare l’attenzione del re di Sicilia che, recatosi a Messina, volle conoscerlo di persona. Incuriosito dai segreti nascosti negli abissi dello Stretto, il sovrano decise di mettere alla prova le sue capacità, ordinandogli di recuperare in mare un anello e una coppa che egli stesso avrebbe gettato in acqua. Colapesce eseguì l’ordine senza esitazioni, ma il re volle ripetere la prova. Questa volta, calatosi nelle profondità marine, Colapesce non fece mai più ritorno in superficie.
Una leggenda antica, viva ancora oggi
La leggenda di Colapesce affonda le proprie radici in un passato lontano: già a partire dal Duecento, in Sicilia, il racconto veniva talvolta associato alle gesta miracolose attribuite a San Nicola. Si tratta di un mito che continua a essere tramandato nella tradizione popolare siciliana fino ai giorni nostri.
Il tema narrativo di Colapesce non è tuttavia un’esclusiva italiana: motivi analoghi si ritrovano anche in altre culture, come nel folklore neogreco, e hanno ispirato opere letterarie di rilievo internazionale, tra cui la celebre ballata “Der Taucher” di Friedrich Schiller. Le origini di questo racconto affondano ancora più indietro nel tempo, fino al carme di Bacchilide (XVI, 110 e seguenti), dove si narra la visita di Teseo al regno di Anfitrite, dea del mare.