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Omicidio Dezio, la Cassazione chiude il caso Pepi: Antonino condannato in via definitiva a 14 anni

Gaetano Pepi si è sempre autoaccusato dell’omicidio, sostenendo che i figli Antonino e Marco non fossero presenti al momento dei colpi mortali

Si chiude uno dei casi giudiziari più controversi degli ultimi anni nel ragusano. Con la decisione della Corte di Cassazione dell’11 febbraio 2026, che ha dichiarato inammissibile la richiesta di revisione del processo, cala definitivamente il sipario sull’omicidio di Giuseppe Dezio, avvenuto il 2 febbraio 2016 nelle campagne di Vittoria.

A espiare la pena resta Antonino Pepi, detto Antonello, condannato in via definitiva a 14 anni di reclusione. Un epilogo che arriva dopo un lungo iter processuale e una vicenda segnata da versioni contrastanti, confessioni familiari e prove scientifiche che hanno portato i giudici a ricostruire una dinamica diversa da quella inizialmente raccontata dalla famiglia Pepi.

Il dramma si consumò intorno alle 13 del 2 febbraio 2016 all’interno dell’azienda agricola della famiglia Pepi. Da anni tra i Pepi e i Dezio, proprietari di terreni confinanti, i rapporti erano tesi per questioni legate ai confini e ai diritti di passaggio. Secondo quanto emerso nelle indagini, quella mattina un episodio apparentemente banale – la rottura dello specchietto del furgone dei Dezio, causata da Antonino Pepi – avrebbe fatto precipitare la situazione. La discussione degenerò rapidamente fino alla tragedia.

La ricostruzione difensiva sostenuta dalla famiglia Pepi ha sempre indicato nel padre Gaetano Pepi l’autore dell’omicidio. Secondo questa versione, Giuseppe Dezio avrebbe aggredito con un coltello Alessandro Pepi, uno dei figli, e il padre Gaetano, richiamato dalle urla e dall’abbaiare dei cani, sarebbe intervenuto con un coltello da cucina che stava utilizzando per preparare il pranzo, colpendo a morte l’uomo per difendere il figlio. Gaetano Pepi si è sempre autoaccusato dell’omicidio, sostenendo che i figli Antonino e Marco non fossero presenti al momento dei colpi mortali.

La versione familiare non ha però convinto i giudici, che l’hanno ritenuta costruita per proteggere Antonino Pepi. Le perizie medico-legali e gli accertamenti effettuati dai RIS di Messina hanno infatti evidenziato numerose incongruenze rispetto alla ricostruzione fornita dal padre. Secondo gli esperti, la dinamica delle ferite non era compatibile con l’ipotesi di una vittima già a terra. L’autopsia ha indicato che aggressore e vittima dovevano trovarsi in piedi e uno di fronte all’altro al momento dei colpi. Inoltre la diversa morfologia delle ferite – alcune più nette, altre seghettate – ha portato gli specialisti a ipotizzare l’utilizzo di due coltelli diversi, suggerendo la presenza di più persone coinvolte nell’aggressione.

La prova ritenuta decisiva dai giudici è arrivata però dagli accertamenti scientifici. Nonostante Antonino Pepi avesse dichiarato di non essersi mai avvicinato al corpo della vittima, il DNA di Giuseppe Dezio è stato rinvenuto sotto la suola delle sue scarpe. Gli esami effettuati con il Luminol hanno inoltre rilevato che i suoi abiti erano intrisi di tracce di sangue della vittima, circostanza che secondo l’accusa dimostrava il coinvolgimento diretto in una colluttazione.

Il processo ha avuto uno sviluppo complesso. Nel 2020, in primo grado davanti alla Corte d’assise di Siracusa, Antonino e Alessandro Pepi furono condannati a 22 anni di reclusione, mentre Gaetano e Marco Pepi furono assolti con la formula “per non aver commesso il fatto”. I giudici ritennero infatti che l’autoaccusa del padre fosse un tentativo di assumersi la responsabilità per salvare i figli. Nel 2024, la Corte d’assise d’appello di Catania ha riformato parzialmente la sentenza: Alessandro Pepi è stato assolto, mentre la condanna di Antonino è stata confermata ma ridotta a 14 anni di reclusione, con la concessione delle attenuanti generiche. La stessa Corte ha riconosciuto Gaetano Pepi come responsabile materiale dell’omicidio, ma lo ha dichiarato non punibile perché la sua assoluzione in primo grado era ormai diventata definitiva.

La difesa di Antonino Pepi, rappresentata dall’avvocato Giuseppe Lipera, ha sempre sostenuto l’innocenza dell’imputato, parlando di un uomo diventato il “capro espiatorio” di una vicenda familiare complessa. Secondo i legali, le tracce di sangue rinvenute sugli abiti sarebbero state compatibili con una contaminazione indiretta, dovuta al calpestio dell’area dove si era consumato il delitto. Nel gennaio 2025 era stata presentata anche una domanda di grazia al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, chiedendo clemenza per un uomo definito come un lavoratore incensurato. Ma la recente decisione della Cassazione, che ha dichiarato inammissibile la richiesta di revisione del processo, chiude definitivamente il caso sul piano giudiziario.

Dopo dieci anni di indagini, processi e ricostruzioni contrastanti, Antonino Pepi resta l’unico a scontare la pena per l’omicidio di Giuseppe Dezio, una vicenda nata da una lite tra vicini e sfociata in una tragedia che ha segnato profondamente due famiglie e un intero territorio.


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